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CITTÀ METROPOLITANA E LA SFIDA DELLA PROSSIMITÀ
di PIERA LANDONI

In base ai dati OCSE, pubblicati in questi giorni, il nostro Servizio Sanitario Nazionale garantisce esiti di salute superiori a quelli dei maggiori Stati europei nonostante non ci si possa più nascondere che la sanità pubblica nel nostro Paese stia attraversando la fase più critica dalla sua istituzione.

Gli anni di pandemia sono stati, per l’opinione pubblica, l’occasione per scoprire gli effetti di decenni di definanziamento del SSN che hanno portato la percentuale di spesa sul PIL talmente al di sotto della media europea da farci toccare la soglia critica del 6,2% del PIL oltre la quale il sistema non è più in grado di rispondere agli impegni universalistici inseriti nell’articolo 32 della Carta costituzionale in cui si parla di diritto fondamentale alla salute.

37 sono i miliardi mancati, nell’ultimo decennio, al SSN nonostante abbia dovuto affrontare la pandemia, l’inflazione, l’aumento dei costi energetici, ma soprattutto l’aumento dei costi di salute legati alla pandemia e all’invecchiamento della popolazione

Rammarica soprattutto constatare che, nonostante la dura lezione del Covid, le destre, che governano il Paese e tante regioni (compresa la Lombardia), stiano sprecando l’occasione   per ripensare, riformare e rifinanziare adeguatamente il nostro Servizio Pubblico, al fine di supportare e salvaguardare i principi di universalità, equità e solidarietà che stanno alla base della Sanità che tanti Paesi ci invidiano.

Siamo in una fase rischiosa per la tutela del diritto alla salute. Il progressivo definanziamento decennale, associato all’eccessiva frammentazione regionale e territoriale, alla mancanza di riforme adeguate alle importanti innovazioni tecnologiche e scientifiche di cui oggi si dispone, al ruolo sempre più preponderante assunto dal privato, in assenza di una forte regia e programmazione pubblica, hanno prodotto gli effetti negativi che oggi tutti stiamo sperimentando.

Per far fronte alla mancanza di presidi di assistenza territoriale e di cure domiciliari, al sovraffollamento dei Pronto Soccorso, all’insostenibilità dei tempi d’attesa per diagnostica e visite specialistiche, sono ormai molte le persone che si rivolgono al privato o all’intramoenia pagando di tasca propria le prestazioni, il ceto medio si impoverisce per assicurarsi le cure in tempi adeguati, mentre sono in aumento quelli che non possono permetterselo e sono costretti a rinunciare a curarsi, ormai 2,5 milioni di italiani.

In Lombardia, dove l’ospedalizzazione spinta ha quasi del tutto azzerato la rete dei servizi territoriali, le diverse leggi di riordino, che si sono susseguite, portate avanti in modo frammentato e disomogeneo dalla maggioranza di centro destra e l’esplosione di un privato accreditato (in competizione con il pubblico) non governato dall’istituzione, né inserito nella programmazione regionale, hanno indotto nel sistema problematiche di carattere organizzativo e gestionale. Ma soprattutto non hanno dato risposte alle urgenze poste dalle profonde trasformazioni che attraversano la società (invecchiamento della popolazione, aumento delle patologie plurime e croniche e forte incidenza della non autosufficienza, incremento della domanda di cure e servizi, allungamento delle liste d’attesa).

Il SSR assiste impotente alla fuga di medici d’urgenza, di chirurgia e medicina generale, anestesisti, verso il privato, o all’estero. Nei Pronto Soccorso e nei reparti ospedalieri, operatori, infermieri, tecnici di laboratorio, fisioterapisti sono sovraccarichi di lavoro, con turni massacranti, stipendi bassi, professionalità e carriere non riconosciute. I medici a gettone e le cooperative di professionisti, ingaggiati dagli ospedali per sopperire al tetto di spesa imposto dalle leggi nazionali, costano parecchio e producono disparità fra lavoratori.

A questo si aggiunge la carenza di MMG e Pediatri di libera scelta, la concentrazione in grandi strutture (spesso non facilmente fruibili dalla popolazione anziana e fragile) di consultori e presidi importanti per la presa in carico di problematiche legate alla Salute mentale, alla neuropsichiatria per l’infanzia e l’adolescenza, alle dipendenze, alle cronicità, hanno totalmente annullato qualsiasi filtro fra il paziente e l’ospedale e precludono la possibilità di intercettare il bisogno al fine di prevenire il disagio familiare e sociale, l’insorgere di patologie croniche e il ricorso all’ospedalizzazione 

In queste condizioni, la Sanità pubblica fatica persino a cogliere le opportunità offerte da un settore ad alto indice d’innovazione, come quello Sanitario, ormai primo al mondo per investimenti e crescita di opportunità; 

Spostiamo il focus sulle tematiche più strettamente legate alla Città Metropolitana. Un territorio che vanta una tradizione sanitaria di qualità e dove si concentrano la maggior parte dei grandi ospedali, delle reti specialistiche, degli istituti di cura e ricerca scientifica, delle aziende del farmaco e dei device legati alla cura. Tutti fattori che fanno di Milano Metropolitana un vero e proprio distretto della salute in condizioni di cogliere le sfide della sostenibilità e dell’innovazione per rispondere ai nuovi bisogni indotti dai mutamenti sociali e sanitari in atto, ma che presenta anche una serie di complessità e di problematiche tipiche delle grandi aree urbane che si aggiungono alle attuali emergenze (liste, d’attesa, mancanza di rete territoriale e assistenza domiciliare, etc.)

Il Partito Democratico Metropolitano continuerà a battersi per la tutela e il rilancio del Servizio Sanitario pubblico in quanto bene comune irrinunciabile e, come tale, prioritario nella propria agenda politica.

In tutto il corso della crisi pandemica, è emerso con tutta evidenza il ruolo dei Comuni come primo presidio, non solo amministrativo, ma anche etico e identitario della propria comunità. Come per tanti altri frangenti, i comuni hanno assunto un ruolo di cerniera fra i vari livelli istituzionali e funzionali e questo ci insegna che il mix di fiducia, prossimità e conoscenza delle dinamiche territoriali racchiuse nelle figure dei sindaci deve rappresentare uno strumento prezioso anche nel percorso di ricostruzione e rinnovamento del SSR.

Regione Lombardia, ha fortemente ridimensionato il ruolo dei Sindaci nelle decisioni relative alla salute dei propri cittadini e questo ha inciso sull’arretramento dei servizi territoriali e sul loro processo di integrazione con il resto del SSR. Necessario quindi un nuovo protagonismo degli amministratori che devono riappropriarsi di un ruolo di identificazione dei bisogni di salute, di programmazione, coprogettazione e valutazione degli interventi sul proprio territorio, oltre che di verifica dell’operato dei direttori generali di ASST e ATS e di programmazione della rete territoriale di assistenza attraverso le scelte in merito all’allocazione di Case di Comunità e Ospedali di Comunità 

Se è vero che dobbiamo rivedere il sistema welfare, secondo un approccio “One Health”, l’assetto dei servizi deve cambiare radicalmente e Milano si deve porre alla guida di questo cambiamento, innanzitutto, occupandosi (in collaborazione con il Terzo settore e il Volontariato) della Salute, della protezione sociale e della qualità della cura della vasta comunità della Città Metropolitana

Disinvestire sullo sviluppo dell’assistenza territoriale di prossimità significa prioritariamente rinunciare a rispondere al bisogno di salute delle persone fragili, delle persone anziane, non prospettare alcuna soluzione al disagio di tanti giovani e delle loro famiglie, ma anche ostacolare i processi di integrazione tra servizi sanitari e sociali, sovraccaricare e mettere in difficoltà i Pronto Soccorso e impedire e la compiuta realizzazione di una rete ospedaliera efficace e di qualità.

Rimettere al centro la medicina territoriale significa 

  •  puntare su Distretti, diffusi in modo capillare sul territorio (a Milano potrebbero coincidere con i Municipi e nel resto della Città Metropolitana con gli ambiti dei Piani di Zona) con autonomia economica e funzioni di governo e coordinamento e controllo della rete e delle prestazioni, con operatori che si interfacciano strettamente con i cittadini
  • Realizzare Case di Comunità fisicamente visibili (1 ogni 20.000 persone) che accolgano e prendano in carico le persone e le famiglie con progetti individuali, che prevedano la collaborazione fra MMG, PLS, medici specialisti e professionisti della cura, della prevenzione e della presa in carico dei malati cronici (infermieri di famiglia, fisioterapisti, tecnici radiologi, etc.) con le disponibilità di supporti digitali tecnologici e strumentali 
  • realizzare Ospedali di Comunità quale snodo per la realizzazione della continuità dei percorsi di cura e di coordinamento con la rete ospedaliera
  • rilanciare servizi come quelli a supporto dell’aggregazione giovanile, della lotta alle dipendenze, della salute mentale; riprendere il filo interrotto delle politiche di prevenzione e degli stili di vita; rilanciare e potenziare il ruolo dei consultori familiari che devono tornare ad essere veri e propri presidi sociosanitari territoriali, di riferimento in ambito sanitario e psicologico;  spingere l’acceleratore sulla casa come luogo di cura; battersi per il riconoscimento della specificità degli interventi a favore delle persone con disabilità
  • affrontare la carenza ormai diffusa di MMG e PLS, soprattutto nelle zone più periferiche e rurali della Città metropolitana, favorendo l’esercizio della professione in costante confronto con altre competenze, sanitarie e sociali, che operino in modo integrato, facilitando l’utilizzo di spazi e  di supporti digitali tecnologici, ma soprattutto alleggerendoli dalla quantità di adempimenti amministrativi e burocratici che sottraggono energie e  tempo alla cura e alla formazione e sviliscono la professione
  • potenziare la dotazione, sul territorio, di figure essenziali come gli infermieri di territorio. Affrontando il tema della carenza generalizzata di figure infermieristiche. Andando ad analizzare di quanti infermieri dispongono i cittadini delle aree metropolitane si vede, in primis, che il personale infermieristico non risulta distribuito omogeneamente nei diversi contesti urbani e il rapporto infermiere/abitante, ma anche quello infermieri/medici è tra i più bassi d’Europa nonostante l’irrinunciabilità del loro ruolo nelle cure domiciliari, nelle cure palliative, nell’approccio olistico alla persona. Importante quindi il riconoscimento, la valorizzazione (non solo in termini economici) e la formazione specifica della figura dell’infermiere di territorio
  • riunificare e dotare dei servizi previsti dalla normativa nazionale il Dipartimento di Prevenzione, che risponde al primo Livello essenziale di assistenza: prevenzione collettiva e sanità pubblica

Occorre infine attivarsi per portare alla definizione un Piano di riordino della Rete Ospedaliera Metropolitana, che presenta una specificità ed una complessità pari a poche altre situazioni, al fine di risolvere la frammentazione dell'impianto di governance (1 ATS e 11 ASST per 3,5 mln di abitanti) e superare la confusione organizzativa attuale.

Le politiche di Welfare sono tra loro strettamente interconnesse e per essere correttamente affrontate richiedono una grande capacità, da parte delle istituzioni e della politica, di riconoscere i tanti fattori che concorrono ed hanno concorso a determinare il quadro con il quale oggi ci dobbiamo confrontare.

Come Partito Democratico, a tutti i livelli, l’impegno prioritario è rivolto alla salvaguardia e al rilancio della Salute pubblica che, oltre ad essere un diritto e un valore fondamentale da garantire, è anche un fattore cruciale per la crescita ed il benessere del Paese e, più in generale, per la stabilità e la coesione sociale.