DOVE FINISCE LA CITTÀ
di GIORDANO GHIONI E GLI ALTRI FIRMATARI
Un contributo al Congresso
Le crisi globali che hanno investito la società in questi anni stanno lasciando effetti nel modo di vivere le nostre città: sono cambiate le domande e le attese dei cittadini, ma gli strumenti che spesso si hanno sono inadeguati per affrontare il mutamento in corso.
Milano e la Città Metropolitana sono da anni motore trainante non solo della Lombardia, ma dell’intero paese: il 46% del PIL regionale si concentra qui, così come il 10% di quello nazionale. Sono dati che raccontano una capacità di recupero dalla crisi post Covid migliore rispetto a quella del resto di Italia, con un dinamismo del mondo del lavoro che permette di registrare un +18% di occupati a fine 2022 rispetto al 2019.
Segnali sicuramente positivi, che però non devono essere separati da altri numeri: nel 2021 quasi un giovane su quattro è disoccupato, ma tutte le fasce d’età sono caratterizzate da tassi di disoccupazione in crescita e con valori superiori a quelli del biennio 2018-2019.
Oltre a questi numeri, non bisogna farsi ingannare dal reddito medio per contribuente: nel 2020 si registrava una media di 29.369€, con però delle significative diseguaglianze: solo il 9,3% dei dichiaranti hanno redditi superiori ai 55.000€, mentre un terzo della popolazione dichiara al di sotto dei 16.000.
Diseguaglianze che, inevitabilmente, si riflettono sulle occasioni di attivare l’ascensore sociale, cambiando le proprie condizioni di vita.
UNA NUOVA CITTÀ METROPOLITANA
La legge 56/2014 ormai sta compiendo 10 anni, e rimane una legge monca. L’abolizione delle province e l’istituzione delle città metropolitane non ha portato all’effetto sperato: i nuovi enti, svuotati di personale amministrativo e tecnico e privati di competenze, non sono in grado di incidere in maniera efficace. È altresì vero che questa riforma necessitava di un ulteriore passaggio che non è mai avvenuto, a causa della bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.
Il risultato è che debba essere Milano a farsi carico delle problematiche che si generano anche al di fuori dei propri confini; ma, molto più spesso, accade che si innestino scontri tra comuni – anche dello stesso colore politico – perché non si riesce ad avere una programmazione condivisa e capace di soddisfare le esigenze e i bisogni dei comuni interessati.
Urge quindi ripensare il modello e il funzionamento istituzionale della Città Metropolitana, il suo rapporto con i comuni e i meccanismi che regolano i le interazioni tra gli enti, ponendosi una domanda fondamentale: è ciò che serve tornare alle province?
Sorge anche la necessaria questione di come il Partito Democratico si porrà nei confronti delle annunciate riforme del Governo Meloni, che vorrebbe un presidenzialismo spinto.
Diventa pertanto non più procrastinabile una riflessione sull’architettura istituzionale della Città Metropolitana e sui meccanismi ad essa connessi.
UNA CITTÀ METROPOLITANA INTERCONNESSA
Le politiche di mobilità non possono più essere viste come un ostacolo allo sviluppo dei diversi comuni. In questi anni si è lavorato intensamente, raccogliendo più di due miliardi di euro, per realizzare prolungamenti e riqualificazioni di metrotranvie e metropolitane, rendendo più efficiente la capacità di spostamento nella città. L’ apertura della linea 4, il cui completamento è previsto per il 2024, doterà il capoluogo di una dorsale est – ovest che oggi manca, ma soprattutto doterà di nuovi spazi pubblici la città, migliorando la vivibilità dei luoghi e dando un’alternativa vera e reale all’utilizzo del mezzo privato. Milano è ora una città in grado di competere con le capitali europee per quanto riguarda il trasporto pubblico, ma altrettanto non si può dire di città metropolitana: il sistema di mobilità non regge la domanda che arriva dai comuni della Città Metropolitana, costretti troppo spesso a dover scegliere tra le inefficienze dei treni e la mancanza di collegamenti est – ovest.
Oggi serve la stessa determinazione per superare la congiuntura sfavorevole che ha rallentato la realizzazione di diversi prolungamenti fondamentali: M1 a Baggio e a Bettola, M2 a Vimercate, M3 a Paullo, M5 a Monza e la riqualificazione della Milano – Limbiate. Negli anni passati è stato possibile lavorare affinché una tranvia altrettanto importante, la Milano Seregno, dopo un decennio di fermo ha visto finalmente partire i lavori di riqualificazione.
A questa visione per le infrastrutture, si è aggiunta negli anni l’incontro-scontro con l’introduzione di Area B, la ZTL ambientale che blocca i veicoli più inquinanti; la misura, introdotta per provare ad abbattere il numero di veicoli entranti in città, ha raggiunto lo scopo, ma ha creato delle difficoltà nei comuni limitrofi, schiacciati tra l’incudine dei divieti e il martello di un pendolarismo necessario.
È sempre più evidente che politiche di mobilità che guardano davvero la Città Metropolitana debbano ripartire dallo stesso sguardo che ha fissato l’orizzonte del biglietto unico, raggiungendo un risultato fondamentale inseguito per decenni.
Altrimenti, il rischio è applicare acriticamente un “modello milanese” di viabilità che non risponde alle esigenze di aree decisamente meno infrastrutturate: basti pensare ai comuni del magentino e dell’est Ticino, i quali non dispongono della stessa frequenza e ramificazione dei mezzi di trasporto pubblico che il Nord Milano può vantare. Se dunque le politiche milanesi in termini di mobilità possono – con le dovute attenzioni e accortezze – trovare applicazione in alcuni conglomerati urbani prossimi alla città, in altre realtà bisogna prendere atto che è necessario trovare un modello differente, più ritagliato sulle esigenze della popolazione locale.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario elaborare e perseguire una strategia a lungo termine condivisa: individuare risorse per le infrastrutture e per la gestione, selezionando operatori capaci per dimensione, qualità e organizzazione di effettuare investimenti in qualità, efficienza, capacità e impatto ambientale. Anche le politiche tariffarie, spesso terreno di scontro dell’istituzione regionale, devono essere affrontate nell’ottica di produrre sostenibilità, efficienza ed efficacia. Infine, è fondamentale che il PD sia motore politico per la realizzazione e il completamento delle grandi opere progettate, fungendo da facilitatore e guida nei processi di definizione degli investimenti e nelle fasi realizzative.
UNA POLITICA AMBIENTALE UNICA
Nei decenni passati, l’impegno delle federazioni progressiste e la capacità visionaria degli amministratori hanno permesso di creare un sistema di aree verde vastissime e che oggi sono il polmone verde della Città Metropolitana: il Parco Nord, il Parco Agricolo Sud, il parco del Roccolo, il Grugnotorto Villoresi e Brianza Centrale, la Valle del Ticino lombardo, l’Adda Nord sono solo alcuni esempi della ricchezza che deve essere preservata e, dove possibile, aumentata.
Servono però anche soluzioni nuove e corali nell’affrontare il problema della siccità: sul nostro territorio non piove più, e a risentirne non sono solo i parchi pubblici, gli alberi (in particolare quelli appena piantati), ma anche i campi degli agricoltori e degli allevatori vanno in sofferenza. Eppure Milano è una città d’acqua, e il suo sistema idrico sarebbe in grado di dare risposte importanti. Risulta quindi evidente che, con la lungimiranza che si è avuta nei decenni passati, serve guidare un processo politico e amministrativo che garantisca una migliore governance delle risorse idriche.
Ma la grande ossessione che deve pungolare l’agire politico del centrosinistra deve essere quello di trovare formule che permettano di coniugare transizione ecologica e sostenibilità sociale: le auto elettriche costano troppo per la fascia medio bassa della popolazione, che non ha nemmeno i soldi per investimenti per l’efficientamento energetico. Si deve, in buona sostanza, evitare che la necessaria rivoluzione ambientale venga pagata da un’ulteriore esclusione dei meno abbienti, che già pagano più di tutti i costi dell’inquinamento.
L’ABITARE COME DIMENSIONE
In questi anni abbiamo assistito all’esplosione dei costi delle abitazioni nella città di Milano: aumenti vertiginosi che rendono la città inavvicinabile per le giovani coppie anche solo l’idea di acquistare un trilocale, con il risultato di avere alcune zone della città – come ad esempio i Municipi 1 e 3 – dei fortini già oggi inaccessibili, e un inevitabile invecchiamento della popolazione. Milano rischia di diventare una città svuotata del pezzo di popolazione residente che rende la città dinamica e viva, con il rischio che, non realizzandosi il cambio generazionale, si depauperi il tessuto sociale cittadino.
L’effetto gentrificatore che sta allontanando sempre più ai margini ceti sociali che fino a qualche anno fa erano considerati benestanti, ma che oggi – complici le svariate crisi che si sono succedute – non riescono più a reggere i costi della vita.
Risulta quindi urgente attuare politiche e scelte di contrasto al caro – casa: riqualificazione di spazi da destinare ad abitazioni, un migliore governo del patrimonio di edilizia pubblica (in particolare ALER), l’implementazione di formule di housing sociale che permettano un calmieramento dei prezzi del mercato cittadino.
Ma la grande sfida che attende la Città Metropolitana è quella di creare un nuovo equilibrio che non faccia sentire escluso il cittadino che deve abitare fuori i confini milanesi: oggi il dover vivere in un comune diverso da Milano è vissuto come motivo di sconfitta personale.
Per ribaltare questa narrazione serve allora un’azione che rivaluti la provincia: non deve essere più vero che l’opportunità lavorativa dev’essere per forza a Milano, così come non è possibile che per determinate tipologie di servizi pezzi di Città Metropolitana debbano rivolgersi a Milano.
In altre parole, Milano non può più bastare a se stessa.
È necessario, e urgente, immaginare un nuovo modello che favorisca l’insediamento di attività produttive, terziarie, centri di ricerca o qualsiasi altra fonte di occupazione all’esterno dei confini della città di Milano. Così facendo, l’occasione lavorativa sarebbe più vicina a quelle “periferie” sempre più periferie di Municipio 1, sgravando la città dal peso di un pendolarismo esasperato e dalla ricerca spasmodica di un alloggio. Un meccanismo che porta alla vertiginosa impennata dei prezzi e all’aggressività delle operazioni edificative che hanno preso piede nella città.
Si tratta, in altre parole, di essere capaci di redistribuire nei nostri territori le opportunità.
UNA VOCAZIONE PER LE ZONE OMOGENEE
Se dunque è vero che è necessaria un’operazione di redistribuzione delle opportunità sul territorio della Città Metropolitana, è altresì urgente attivare le Zone Omogenee non solo a livello puramente formale, ma anche dal punto di vista dello sviluppo e della “vocazione” di ciascuna zona. I 132 comuni della città metropolitana hanno storie diverse e ricchezze che devono essere valorizzate; ma è altrettanto vero che bisogna saperne disegnare il futuro, cogliendo le opportunità e leggerne gli sviluppi. Milano città in questi anni è stata in grado di attrarre ogni realtà innovativa: il place to be di questi anni. La sfida, oggi, è saper integrare questa espansione che ha Milano con il futuro dei territori: quali sono le possibili ricadute insediativi? E quali possono essere le politiche urbanistiche che mettano in rete le scelte dei comuni? Per fare grande Milano è necessario adottare uno sguardo che non sia accentratore, ma che abbia il coraggio di trovare nuovi spazi per i poli. Così, se MIND è essenzialmente un quartiere che nasce come polo della ricerca, attorno a quel sito sorgono comuni (come Cormano, Paderno e Cusano) che possono diventare sede di scuole di formazione e specializzazione, di imprese d’eccellenza (come la Zambon di Bresso) che portino sul territorio lavoro di qualità, professionisti e caratterizzi il territorio. L’ alternativa sarebbe quella di avere comuni-quartiere, totalmente privi di un’identità che li distingui dalla conurbazione del capoluogo.
La strada per non far deflagrare socialmente ed economicamente Milano, dunque, è quello di allargare i confini del campo delle possibilità: la realizzazione professionale e familiare non deve avvenire necessariamente all’interno del comune capoluogo.
Sarà quindi fondamentale il coinvolgimento di centri di studio, università ed enti con cui elaborare proposte per i territori, guidando e integrando la stesura del Piano Strategico di Sviluppo della Città Metropolitana di Milano, adottando l’approccio dell’economia civile e considerando l’impatto sociale e ambientale delle politiche di sviluppo.
UNA RAPPRESENTATIVITÀ DIFFUSA
Il “taglio delle poltrone” della politica, effettuate so perché accecati da un populismo ormai ultradecennale, ha chiuso tantissimi spazi di rappresentanza, sia territoriale, sia di categorie sociali. Oggi per candidarsi servono risorse economiche che uno studente, un precario o altre figure non possono permettersi; ciò innesca le dinamiche che purtroppo hanno attecchito anche nel nostro partito: viene candidato chi può pagare le campagne elettorali, chi riesce a farsi sostenere (spesso da cordate politiche) o chi – premiato dall’appartenenza correntizia – ottiene collegi sicuri.
Candidarsi, insomma, ha dei costi che estromettono dalla competizione democratica. E questo, per un partito che si dice democratico, crea una contraddizione forte.
Se allarghiamo poi lo sguardo alle dinamiche territoriali, si pone un vero e proprio vulnus di rappresentanza: esistono, oggi, intere zone della Città Metropolitana che hanno eletti in organi sovracomunali solamente un consigliere metropolitano, pur essendo passati dalle elezioni nazionali. Questo perché – tra una logica che premia solo i territori dove si vince, dirottando le preferenze in altri territori e candidature nei listini bloccati che estromettono rappresentanti dei comuni di quei territori – vengono a mancare i presupposti per vincere qualsiasi competizione. Molto spesso i circoli sono costretti a veri e propri miracoli organizzativi per provare a contendere al centrodestra il governo dei comuni, unico mezzo di sostentamento rimasto: servono i versamenti degli eletti e delle elette, così come parte degli stipendi di assessori e sindaci.
Questo sistema, evidentemente, crea dei cortocircuiti: non è sostenibile, nel lungo periodo, che un circolo sopravviva in queste condizioni, soprattutto se dovesse andare incontro a una sconfitta.
È quindi urgente ripensare quest’aspetto dirimente per la vita del partito, seguendo un principio fondamentale: i territori devono essere rappresentati, al fine da poter avere connessioni e collegamenti coi livelli superiori così da vincere le sfide locali.
In questo modo sarà possibile innescare processi virtuosi, in termini di sostenibilità e continuità dell’attività dei circoli, senza che ci si debba necessariamente vincolare a “mecenati” che approfittano delle situazioni difficili per legittimarsi.
Ma rappresentatività vuol dire anche pluralismo interno al Partito Democratico; è questa la vera forza del nostro partito, nato dalla confluenza di tante sensibilità impegnate nella ricerca di una sintesi per affrontare le grandi sfide poste dai nostri tempi.
L’attenzione al pluralismo interno si deve sostanziare soprattutto su temi di particolare rilevanza etica, quali le questioni legate al fine vita, alla tutela delle persone fragili e alle diverse forme di convivenza familiare. Su questi temi è importante promuovere occasioni di confronto dentro e fuori del partito, nel rispetto delle diverse posizioni e nella consapevolezza che ci dovrà sempre essere, su temi di particolare rilevanza etica, una sintesi tra diverse posizioni che ammetta la possibilità di esercitare la libertà di coscienza senza per questo essere considerati nemici o portatori di posizioni incompatibili con una presunta ortodossia. Ampliare il novero dei diritti è battaglia fondamentale che deve però coniugarsi con il rispetto delle posizioni e delle visioni di tutti. Il Partito Democratico ha la sua forza nel proporre sintesi tra diverse visioni e tradizioni e nel rifuggire qualsiasi tentazione di intolleranza nei confronti di chi ha opinioni o convinzioni diverse.
UN PARTITO CHE NON HA PAURA DI INNOVARE
L’ esasperata conservazione del potere porta alla consunzione. Sono pochi i leader che meritano di fare politica per tutta la vita: così come cambia la società, si dovrebbero susseguire le generazioni, alternando le persone che siedono nelle cariche istituzionali. E soprattutto, il tema di come viene scelta la classe dirigente del partito deve essere analizzato molto profondamente: gli spazi della democrazia, per i cittadini, sono estremamente ridotti da leggi elettorali che impediscono l’espressione di una preferenza per il parlamentare specifico.
È quindi dei partiti la responsabilità di garantire una corretta rappresentanza sociale e territoriale: se questo è vero a livello nazionale, a livello locale le dinamiche sono evidentemente diverse perché nei comuni i cittadini possono esprimere le proprie preferenze.